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Diario


6 febbraio 2009

Bruce Springsteen works on a dream

Se ho chiamato "cattive" le mie recensioni, come ho scritto presentando la sezione che le raccoglie, quella che segue forse è la recensione più cattiva perchè è dichiaratamente opera di un fan. I fan, un po' come gli innamorati, spesso sono eccessivi: amano intensamente e sono anche capaci, se si sentono traditi, di sentimenti molto ingiusti: non riescono ad essere sereni, equilibrati; non sono capaci  - secondo l'adagio - di fare una “disamina oggettiva”. Vorrei però svelare subito un mio convincimento: penso che meno oneste di recensioni come questa siano le recensioni superficiali e frettolose, quelle scritte da gente che fan non è ma che, a volte, finisce per commettere qualche peccato di presunzione. Non è questione di stabilire chi può valutare meglio una cosa; e inoltre, per fortuna, la maggior parte delle recensioni sono spesso opera di persone intellettualmente oneste. Penso però che a volte si dovrebbe fare esercizio di umiltà accostandosi ad una nuova opera con grande attenzione e rispetto, senza fretta, proprio come farebbe un fan.

 

Working on a Dream, 16° album studio di Bruce Springsteen, è un disco che "esce alla distanza", e quindi un disco che non ama molto la fretta: l’ennesimo disco che esercita la pazienza (incline allo scoramento) dei fan; che li invita a saper aspettare, a saper ascoltare, promettendo e - almeno a mio avviso - mantenendo alcune promesse. La prima è una promessa che Bruce fa spesso soprattutto a se stesso, e cioè quella di distaccarsi sempre dai lavori precedenti; questa volta a maggior ragione, vista la vicinanza (poco più di un anno) con Magic. Inoltre sono diverse anche le atmosfere che ne hanno assistito la genesi: quest’ultimo è incupito della greve situazione politica che vede gli americani in guerra a caccia dei loro stessi demoni, mentre Working on a dream risente invece del clima di ottimismo dopo la storica elezione di Obama: elezione sostenuta dallo stesso Springsteen, politicamente impegnato a favore della causa democratica (lo aveva già fatto quattro anni fa, ahimé, con meno fortuna). Credo si possa dire che parte da Obama la versione aggiornata del suo personalissimo american dream, come dimostra la presentazione, in uno dei concerti di supporto al candidato democratico, proprio di Working on a dream, l’ottimistica title track dal ritornello ingenuamente irresistibile, potentemente populista. Leonardo Colombati di Killer in the sun, in una delle sue appassionate newsletter (qui invece la sua recensione del disco), avanzava dei timori per un Boss insolitamente ottimista, sapendo che il Boss dà il meglio di sé nelle situazioni di tensione, raccontando storie di ordinaria sconfitta, come in occasione della splendida colonna sonora del film The Wrestler (che vince il Golden Globe), messa in coda all’album come bonus track, anche se mutilata del suo emozionante outro pianistico. Timori in parte da fan, in parte fondati da qualche sospetto avvalorato dall’arrangiamento docilmente pop del singolo. Ma non è semplice né giusto etichettare un disco con un aggettivo  - “ottimista” - con così poche sfumature: tanto più che l’ottimismo di Springsteen non rifugge mai la constatazione delle ombre, o meglio, della luce che scema, dell’estate che lascia il posto all’autunno. Lo ha fatto nostalgicamente in Girl in the summer clothes, autentico omaggio a Brian Wilson, e lo fa in questo disco con This life, che sembra uscita (ha ragione Colombati) proprio da una costola di quella canzone, e con Queen of the supermarket, dal testo in bilico tra il comico e il malinconico. Mentre è la musica di Roy Orbison che il Boss aveva in testa scrivendo Kingdom of days, dalla melodia forse troppo melliflua, ma tematicamente in sintonia con le precedenti. Ma come molte altre canzoni dell’album soffre secondo me di un’eccessiva pesantezza negli arrangiamenti (colpa della produzione di Brendan O’Brian?): penso anche ad Outlaw Pete, epico pezzo che apre l’LP, ingiustamente accusato di ricalcare una hit dei Kiss, caratterizzato da un massiccio spiegamento di archi. Il mio “essere fan” viene fuori prepotentemente quando penso a quello che la E – Street Band avrebbe potuto fare di questo pezzo se fosse stata libera da ossessioni di produzione o se il nostro non avesse voluto cercare a tutti i costi la magnificenza: e non posso condividere il paragone di Colombati con New York City serenade o Jungleland, che sono canzoni dalla struttura sinfonica, poste a (coerente) conclusione di lavori ben più omogenei di questo. Ciò non toglie che Outlaw Pete sia un brano davvero notevole, dai (non) velati echi morriconiani, impreziosito da uno storytelling degno dello Springsteen dai colori seppiati e dalla polverosa poesia di Devils & Dust: insomma, una delle perle del disco assieme a The last carnival, omaggio acustico allo scomparso Danny Federici, amico di Bruce e cofondatore della E – Street Band, ovvero il più grande sodalizio della storia del rock. E a ricordarci la potenza di quella music machine e il suo impatto sul pubblico ci pensa il pezzo più “classico” (springsteenianamente parlando) dell’album, la tiratissima My lucky day, con la voce del Boss quasi al limite – sì, gli anni sono passati e si sente, ma solo un po’ – o la scura Life Itself, dal curioso arrangiamento e dal testo enigmatico. Degli altri pezzi dirò brevemente, perché mi sembrano inferiori agli altri: l’acquerello country di Tomorrow never knows e il torbido blues cantato al bullet mic di Good eye, l'AOR della breve ballata What love can do (proveniente dalle session di Magic, come riporta il severo critico di Ondarock), la scintillante Surprise, surprise, dai toni jingle – jangle delle chitarre e dagli allegri controcanti della band (potrebbero benissimo essere gli stessi che si intonano al compleanno dei propri cari, visto che il brano parla proprio di questo!). Si può dire senza dubbio che Working on a dream sia uno dei dischi più variegati in tutta la carriera di Springsteen: tirando le somme, ascoltando il risultato, non mi sento di dire che questo sia un limite. E men che meno che sia cattivo il risultato. Come ho scritto a Colombati, non ha senso parlare di “capolavoro” o “fallimento” facendo paragoni col passato: un artista cambia, si evolve, sperimenta strade nuove, a volte torna a battere quelle più conosciute e sicure, a volte se ne distacca diventando quasi irriconoscibile. Ogni fan, mentre aspetta un disco del proprio idolo, spera sempre di sentirsi mancare il fiato quando ascolterà le nuove canzoni: ma ognuno sa, in assoluto, che ciò non può accadere spesso... quando avviene è una gioia indescrivibile, anche se avviene in parte. Per questo come molti di loro ho imparato ad apprezzare il meglio di ciò che il mio idolo mi regala (dopo più di quarant’anni di carriera è questo il vero miracolo!): e sono felice se, ancora una volta, riesce ad emozionarmi. Grazie Bruce.

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